Per fare il legno ci vuole l’albero, per fare l’albero della libertà ci vuole il seme della rivoluzione

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Conoscete l’albero della libertà?

Ne avete mai colto i frutti, vi siete mai riposati sotto alle sue fronde? No?

Forse perché ha radici profonde, ma non si tratta di una vera e propria pianta.

Giri per Ravenna e nella sua piazza principale trovi una cosa del genere, piazzata ‘in vista’ proprio al centro di piazza del Popolo.

Così in vista che quasi non te ne accorgi, mentre attraversi la piazza inondata dal sole in uno stato di quasi cecità.

Quindi, vincendo il riserbo marcato di questa schiva città d’arte, nell’indubbio suo cuore impari che qui venne piantato l’albero della libertà.

Lontani i ricordi dei libri di storia, ti guardi attorno in cerca di sempreverdi. Troppo facile.

La storia

Quest’albero getta le sue radici, ironia della sorte, nelle grandi rivoluzioni che hanno segnato la storia dell’Europa e forgiato il suo carattere: l’americana e la francese.

E qui mi viene in mente Gaber, quando nel suo ‘Dialogo fra un impegnato e un non so’ si rimproverava: ‘Ma non lo sai che parlare di un albero in tempo di rivoluzione è come tradire la rivoluzione??!!’ Che genio.

Ma bòn, per chi non lo ricordasse, spolverando remoti cenni, o raccontandovi una bella storia che oggi è il giorno giusto per imparare subito dopo ieri e quel dì della quarta superiore, il Settecento è stato un bel secolino.

Nel 1789 si rivoluzionava la visione dello Stato e della libertà, grazie a quei simpaticoni degli statunitensi ed ai nostri cuginastri francesi. In due parole: A New 
York, George Washington assumeva la carica di primo presidente e aveva termine la rivoluzione americana. Mentre a Parigi, il 14 luglio, il popolo prendeva d’assalto la Bastiglia e iniziava la rivoluzione francese.

Pare che gli intellettuali francesi avessero le mani in pasta nell’ideologia che aveva shakerato le voglie di riscossa degli States, come sottolineava il buon Jefferson, autore della Dichiarazione d’Indipendenza e giust’appunto ambasciatore americano in Francia in quegli anni.

È proprio in questo periodo di fermenti e bollicine che venne in mente di rispolverare il vecchio classico dell’albero della libertà.

Questa era un’usanza antichissima e si svolgeva durante i riti popolari religiosi. L’albero infatti rappresenta nel suo significato più ampio la vita del cosmo, generazione e rigenerazione ed in quanto vita inesauribile, corrisponde all’immortalità.

… ma che ci fa a Ravenna?

Ci sto arrivando!

Dicevamo, colmo di simbolismo i riti religiosi di tutto il mondo ne sono subito andati pazzi e ai cristiani con quella storia di Adamo ed Eva cadeva proprio a fagiolo.

Durante la révolution i simboli classici vennero sostituiti da quelli laici legati al culto della terra che si rigenera, traslato subito sul più moderno rinnovarsi dei valori, et voilà!

Che poi, albero… poteva trattarsi anche soltanto di una semplice asta o palo di legno pavesato con nastri tricolori, incoronato col berretto frigio. I frutti poi potevano essere i messaggi rivoluzionari affissi, alla “Libertà, Eguaglianza e Fraternità” e giù danze, musica e festeggiamenti.

Alcune città europee parteciparono quindi di questo orgoglio collettivo e se ne fregiarono, e qui arriviamo a Ravenna! Ta daaaan!

In conclusione

Adesso, mi raccomando, se passate da qui o da una delle città fortunate che wikipedia ci segnala, fate attenzione a dove fu piantato l’albero della libertà. Perché fu piantato nel giardino di tutti noi, e ogni giorno ne mangiamo i frutti.