AAA looking for magic! Chemical Brothers, what else?

Sono di quelle persone-girasole che cercano sempre un po’ di carica positiva.

In questo periodo per me estremamente precario, dove le sicurezze assumono colori sfumati e l’equilibrio di Ercolino sempre in piedi, una fonte di energia che salvaguardi il mio tono dell’umore è un must non da poco.

E quindi, in un universo dove tutto è onda, andiamo a cercare un po’ di positive vibes ✨

Chemical Brothers!

Non appena sono saliti sul palco, dopo ore di attesa in un dj set infinito, il pubblico è impazzito.

Hanno suonato per due ore all’Ippodromo del Visarno, a Firenze, portandoci per mano su e giù per le loro armonie.

Ed io che sono di quei conservatori musicali che storce il naso e dice: ‘Suonare? I dj non suonano, mettono musica!’, ieri sera ho pensato che stessero suonando da Dio, o almeno padroneggiassero da Dio le redini del mio stomaco e della mia testa!

È valsa la pena aspettare, è valsa la pena inalare metri cubi di terra alzata dal vento e dallo scalpiccìo di decine e decine di persone.

Un’esperienza meravigliosa.


In una cornice non da poco, perché il Visarno regala dei cieli acquarellati di rosa, giallo e azzurro… la sindrome di Stendhal alla massima potenza.


Una Firenze attrezzatissima finalmente, con la Visarno Arena funzionale ed attiva quasi tutti i giorni, attrezzatissima per i concerti quest’anno con chioschi di hamburger, patatine, cibo messicano, gelato, birra… e casottini per fare foto a 360 gradi!

Come? Così! 😂😂

Una volta c’era una Cenerentola

Vi rinfresco l’opera… 🍦😏

Il Maggio Musicale si sposta nel cortile Palazzo Pitti per la stagione estiva, proponendo i classici dell’opera lirica: Il Barbiere di Siviglia di Rossini con la regia d’eccezione di Michieletto (che io ho già visto due volte e sto pensando di tornare a vedere la terza!), la Traviata di Verdi, l’Elisir d’amore di Donizetti ed una fiabesca Cerentola, sempre rossiniana.

No, ragazzi, non Disney: Rossini. Sebbene la regista, Manu Lalli, donna di un’energia solare senza pari, sia riuscita a condire il libretto di note decisamente incantate.



Grazie al Maggio sono riuscita a sbirciare dietro le quinte gli artisti in attesa di andare in scena per la prima, parlando con José Maria Lo Monaco, la nostra Cenerentola, e la Lalli. Quest’ultima, tenendo splendidamente banco, ci ha spiegato il lavoro fatto dietro alla pièce che ha allestito: se ci pensate, il destino e la nascita dell’opera sono fortemente legati alla città di Firenze. Personaggi come Rinuccini e Peri, e le nozze di Maria de’ Medici con Enrico IV di Francia ne segnano la crescita nettamente fin dal ‘600.

La fiorentinissima regista inizia quindi ricercando nelle scelte scenografiche la simmetria come punto cardine, che va a sposarsi con il rigore rinascimentale della location.
E poi va oltre.
Entra fra le pagine, e ne tira fuori il vero Rossini, l’uomo del suo tempo che nascosto dietro alle burle e alle sue ouvertures critica la politica nel sottotesto, rendendo le sue creazioni di un’attualità disarmante.
Che vasto teatro il mondo…
Questa Cenerentola cerca il principe fra le pagine dei libri che legge, ingigantiti ad arredare il palcoscenico, e la bontà del trionfo sarà l’innamorarsi di un uomo vero.
La guida? Ciascuno ne ha bisogno, e perché non personalizzare l’incanto in delle fate?
In un atmosfera sospesa e luccicante guideranno la protagonista nell’inseguimento dei propri sogni.


Eppure anche le fate se ne vanno alla fine, quando la nostra eroina cresce ed entra nel principio di realtà… certo, la magia non la si può perdere del tutto, se no diventeremmo persone brutte e spente, ma nemmeno possiamo sperare per sempre che una fatina corra in nostro soccorso! Ad un certo punto, il tuo cuore deve mantenersi bambino in un corpo grande, dentro di te saprai la strada da seguire.

Che spettacolo, c’è proprio da dirlo! Mi sono emozionata fin nel profondo nel guardare questa favola farsi realtà… mi sono emozionata da morire ancor prima dell’inizio, solo viaggiando con gli occhi della Lalli. Ho sentito esplodere la speranza della me-bambina che ancora mi tiene la mano… (in questo caso per meglio dire mi strattonava il braccio saltellando euforica) e, con una certa modestia, l’ho trovata deliziosamente autobiografica 😜

E allora, per quest’anno non cambiare: stesso teatro, se non sei al mare!

Semiramide, la Regina padrona della scena firmata Rossini

Se di Gioacchino Rossini avevamo già parlato in occasione de Il Barbiere di Siviglia, eccolo di nuovo sui nostri schermi (o per meglio dire sui miei!) con la Semiramide.

Innanzitutto lasciatemi dire che questo nome io l’adoro: Semiramide. La mia follia d’amore era arrivata al punto di pensare di chiamare così una figlia, finendo ridimensionata a battezzare il mio ipod.

Rossini. Si ride? Si piange? Ma in alto i cuori, con orgoglio!
Parliamo di un soggettone che componeva sdraiato, per non annoiarsi, e musicava capolavori in pochi giorni. Un fuori classe, un campioncino.

Innanzitutto: la Ouverture.
A sipario calario, s’intende e che ouverture! Un’introduzione, primo tema, secondo tema con crescendo, la ripresa dei due temi e una coda.
Infinita, e come bellezza e come durata.

Che Rossini cercasse di temporeggiare il momento in cui avrebbe dato la parola alla moglie? 🙂 Eh sì, perché l’opera nasce pensata per il soprano Isabella Colbran e da questa viene interpretata al Teatro La Fenice di Venezia il 03 febbraio 1823. L’ultima opera del Maestro per i palcoscenici italiani prima del definitivo spostamento su Parigi.

Libretto di Gaetano Rossi ispirato alla Tragédie de Sémiramis di Voltaire e dalla vita della regina assiro-babilonese.

Meodramma in due atti dalla durata considerevole. Un sacco di principi, principesse, un capo dei magi, una regina ed un re. Trame nell’ombra per salire al trono ed un’ombra che torna dall’al di là chiedendo vendetta. Vi ho incuriosito? Amore e morte, o meglio ben poco amore e parecchia morte. E non vi dico altro: non si svelano i finali delle fiabe!

Torna a Firenze a cinquant’anni dall’ultima messa in scena del 1968 al Teatro Comunale in una versione particolarmente intensa di Joan Sutherland che aveva proposto anche un finale alternativo e ieri sera ha aperto la stagione 2016/17 all’Opera con una Jessica Pratt immensa che non delude ed una bravissima Silvia Tro Santafé in panni inusuali. 

il soprano Pratt al trucco
Assur e Semiramide , in scena

Una meravigliosa Iolanta fiorentina

E all’Opera di Firenze è la volta della prima della Iolanta, di Čajkovskij. Di rubarmi il cuore.

Meravigliosa, innanzitutto. Una su tutte: la musica, per quella che per il compositore sarà la sua ultima opera, il suo saluto al pubblico, e volendocelo vedere una sorta di testamento. Passando poi alle scenografie, che vogliono ricordare la tecnica della litografia, e quindi si esprimono sui toni del bianco e nero.


Abbiamo avuto modo di parlare con il regista – Mariusz Trelinski – , nettamente più easy e friendly di tanti suoi colleghi, che approda in Italia per la seconda volta e ha le radici nel lavoro su grande schermo.


Da subito cordiale, ci spalanca le porte del suo ‘c’era una volta’ portandoci sul palco, direttamente nella stanza della sua eroina.


Un’opera a più livelli di lettura, che si camuffa da fiaba per arrivare a toccare invece nodi profondi della psiche umana. Proprio Trelinski ci fa pensare al lavoro di Bruno Bettelheim, e a come una fiaba vada presa con tutt’altro che leggerezza.

In questo caso in scena abbiano lieto fine e svolgimento sereno, sì, ma dai colori cupi, e personaggi con grandi dissidi interiori. La visione del registra è preziosa per trovare una chiave di lettura, il quale fa appunto notare che crescendo Iolanta comincia a percepire la sua diversità, inizialmente senza comprenderla a fondo, ma con il subitaneo profondo desiderio di colmare questo gap invisibile. Quando scopre di essere cieca, rinuncerebbe alla vita pur di vedere. Ed in fondo chi fa diversamente? Per uniformarsi agli altri, alla società, tutti noi ci limiamo, ci definiamo, sgrossiamo parti del nostro carattere e modo di essere… Devo ammettere che mi ha molto fatta pensare.


Anche per stasera di sognare ad occhi aperti ho finito (purtroppo!). Buona notte Opera, e andate a vedere Iolanta!

Madama Butterfly. Tutti pronti a star male?

E parliamo ancora di opera!

Ancora una volta un’opera lirica, ancora una volta una prima all’Opera di Firenze, ci andiamo insieme.

Non so voi, ma trovo la Madama Butterfly un pò ostica, complice il ricordo che ho di quando da bambina me ne parlarono la prima volta. La trovo una vicenda così triste, così struggente… il finale poi mi distrugge più di qualunque altro.

Ma inquadriamo un secondo la vicenda. Il principale protagonista di questa vicenda è il Giappone, e già il mio cuore è in allerta.

Il Giappone, con le sue geishe, le sue usanze, il profondo senso dell’onore e della pulizia, la poesia.

Avete mai letto Memorie di una Geisha? Se conoscete l’una e l’altra, saprete che le due storie sono una l’antitesi dell’altra. Se nel finale del libro di Arthur Golden troviamo l’amore riamato ed una nuova vita negli Stati Uniti, nell’opera di Puccini troviamo morte, disperazione e abbandono.

La storia della nostra Madama Butterfly inizia con l’ufficiale Pinkerton che sbarca a Nagasaki e si unisce in matrimonio con una geisha quindicenne di nome ciò ciò cio. Segue ritorno in patria, con abbandono la giovane sposa. Ma questa, forte di un amore ardente e tenace, pur struggendosi nella lunga attesa accanto al bimbo nato da quelle nozze, continua a ripetere a tutti la sua incrollabile fiducia nel ritorno dell’amato.

Pinkerton infatti ritorna dopo tre anni, ma non da solo: accompagnato da una donna, da lui sposata regolarmente negli Stati Uniti. E’ venuto a prendersi il bambino, per portarlo con sé in patria ed educarlo secondo gli usi occidentali.

Soltanto di fronte all’evidenza dei fatti Butterfly comprende: la sua grande illusione, la felicità sognata accanto all’uomo amato, è svanita del tutto. Decide quindi di scomparire dalla scena del mondo, in silenzio, senza clamore; dopo aver abbracciato disperatamente il figlio, si uccide (secondo l’usanza giapponese denominata jigai) con un coltello tantō pervenutole in eredità dal padre e con il quale lo stesso aveva commesso seppuku.

Avete ancora lacrime da versare?

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La melodie, va da sé, sono piene di sentimento e l’intensità cresce al pari della disillusione.

La forza di quest’ora è secondo me la potenza reale ed intramontabile della verità: questa non è una favola, nella vita ci sono soprattutto situazioni come queste, c’è sempre una delusione dietro l’angolo, che ti può piegare le gambe e togliere ogni voglia di rialzarti. Come appunto succede a lei, che si lascia scivolare al pari di una Madame Bovary o di una Anna Karenina, sconfitta. 

Si parla di tre atti (in origine due) di Giacomo Puccini, su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, definita nello spartito e nel libretto “tragedia giapponese” e dedicata alla regina d’Italia Elena di Montenegro.

La prima rappresentazione ebbe luogo al Teatro alla Scala di Milano, il 17 febbraio 1904, della stagione di Carnevale e Quaresima. Tanto per stare allegri, ‘ricordati che devi morire’.

Sabato la troviamo messa in scena dalla regia di Fabio Ceresa, che per l’appunto alla Scala si fa le ossa.

Curiosi? Io curiosa, e pronta a piangere!

Il libretto

Il Barbiere di Siviglia – Beaumarchais, Rossini, Michieletto

Conoscete la storia del Barbiere di Siviglia?
Stasera ho l’occasione di andare al nuovo Teatro dell’Opera di Firenze a vedere una prima sotto la regia di Damiano Michieletto, sono veramente emozionata. Venite con me, vi va?

Intanto, inquadriamo come nasce.
Settecento. Dopo Marivaux il teatro francese attraversava un periodo di crisi nonostante spettacoli e pubblico numerosi. Tragedie e commedie rimasticano stancamente i modelli del passato: terrore e sangue da una parte, macchiette e farse dall’altra. Tra questi due eccessi alcuni autori individuarono una terza via, quella del dramma borghese, o “dramma serio” (sérieux), in prosa, che asseconda il gusto della borghesia interpretandone gli ideali.

Ed è qui che incontriamo Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, nella sua vita abile orologiaio, maestro d’arpa, socio di uno dei maggiori banchieri dell’epoca, ‘agente segreto’ al servizio del re, commediografo.
Della sua penna si ricordano le quattro Mémoires, in cui attacca gli abusi giudiziari, e la celebre trilogia de Il Barbiere di Siviglia, Le nozze di Figaro e La madre colpevole.
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Passiamo nelle mani di Gioacchino Rossini, che la traspone per l’Opera in una dozzina di giorni.
Rossini altro personaggio controverso, genio precoce dall’ingegno e la creatività acuta e particolare, figura quasi ingestibile e dalle molte manie che vivrà la sua vita a tinte forti, indulgendo in passioni e depressioni in alternanza.

La trama?
Cosa non si fa per degli occhioni! Oggi non ci sarebbe che da aggiungere Rosina su facebook ed invitarla a fare un aperitivo, ma per il Conte d’Almaviva la situazione si prospetta da subito più complicata! Ed è solo grazie a travestimenti e sotterfugi, e con l’aiuto del fido Figaro che riesce a conquistare infine la sua bella.

Le meraviglie non finiscono però qui, lo vediamo ancora una volta stasera passare a Damiano Michieletto, il regista del momento, che fin da subito si fa notare per il suo modo tutto particolare e brioso di ridare vita alle opere e ravvivarle con tagli e colori che conquistano lo sguardo, e molto probabilmente dopo stasera il mio cuore!

I Guardiani della Galassia: quando la Marvel ha tutto un altro ritmo!

Qualche giorno fa sono andata a vedere al cinema l’ultimo pargolo Marvel, aspettandomi il tipico botte e schianti in chiave ironica Ironman style.

E invece… un film!

Un film iniziato e finito, completo di COLONNA SONORA.

Ma stiamo scherzando?!

Ora, a parte gli scherzi, io al cinema guardo di tutto e critico poco a priori. Soprattutto, guardo con affetto al genio della Marvel.Sono cresciuta con Spider man, mi sono innamorata di Ironman e vedere il potpourri degli Avengers mi ha decisamente fatto correre un brivido sulla spina dorsale.

Nonostante questo, i Guardiani della Galassia sono stati una piacevole rivelazione.

Ci sono un pò di differenze con la storia originale del fumetto, e non vi dico di più per non rivelare niente a chi non l’avesse visto, ma è entusiasmante ed estremamente divertente. Estremamente.

Vi lascio con l’Awesome Mix Vol. 1

Blue Swuede – Hooked on a Feeling – 2:48
Raspberries – Go All the Way – 3:10
Norman Greenbaum – Spirit in the Sky – 3:57
David Bowie – Moonage Daydream – 4:47
Elvin Bishop – Fooled Around and Fell in Love – 4:35
10cc – I’m Not in Love – 6:10
The Jackson 5 – I Want You Back – 2:59
Redbone – Come and Get Your Love – 4:27
The Runaways – Cherry Bomb – 2:19
Rupert Holmes – Escape (The Piña Colada Song) – 4:34
Five Stairsteps – O-o-h Child – 3:11
Marvin Gaye & Tammi Terrell – Ain’t No Mountain High Enough

E… con un frammento! [spoiler]

Music For Peace per Gaza

Sono stati fermi per oltre cinquanta giorni, quasi due mesi di blocco forzato mentre a Gaza si continuava a morire. Per quelle cento tonnellate di cibo e medicine, per quei sette container e due ambulanze frutto di donazioni gestite dall’associazione Music for Peace e destinate alla Striscia, mancavano i permessi per il trasporto attraverso l’Egitto.

Oggi ci sono e finalmente gli aiuti potranno partire.

«Il materiale è stato raccolto grazie a un festival organizzato a maggio dall’associazione ma è rimasto bloccato qui, a Genova, per oltre 50 giorni perché mancavano i visti dalle autorità egiziane – spiega Gianluca Caviglia, un volontario della Onlus che ha organizzato la raccolta – Grazie a un grande lavoro diplomatico, all’aiuto del ministero degli Affari Esteri e dell’Ambasciata italiana al Cairo e a Gerusalemme i visti sono finalmente arrivati e tutto è pronto per la partenza. Il maltempo ci sta rallentando ma appena possibile, la merce, già stoccata in porto, partirà per Alessandria d’Egitto».

Caviglia è uno dei volontari di Music For Peace, la Onlus che da dieci anni organizza serate musicali e di intrattenimento per raccogliere alimenti e medicine e aiutare le popolazioni colpite dalla guerra. Suoi alcuni convogli che, in passato, hanno trasportato aiuti in Bosnia, Kosovo e Afghanistan.

«L’associazione nasce nel 1994 da un’idea di Stefano Rebora, attuale presidente – spiega Caviglia – lavorava da anni come direttore artistico nei locali notturni quando ha pensato che il divertimento si potesse coniugare con la beneficienza. Da lì, l’idea di organizzare serate musicali a ingresso gratuito: l’unico “biglietto”, beni di prima necessità, medicine o alimenti da donare».

Proprio Rebora partirà alla volta di Gaza insieme a altri due volontari, Claudia d’Intino e Stefano Lanza, che accompagneranno i camion carichi di merce attraverso l’Egitto fino dentro Gaza, dove gli aiuti saranno smistati a ospedali e strutture di primo soccorso. Il loro viaggio sarà documentato su un vero e proprio Diario di Bordo non appena varcate le porte della Striscia. Sarà condiviso sulla pagina facebook, sul profilo twitter e sul sito internet dell’associazione.

 

Fonte: Alice Martinelli, Il Corriere della Sera

This One, Paul MaCartney

Did I Ever Take You In My Arms,
Look You In The Eye, Tell You That I Do,
Did I Ever Open Up My Heart
And Let You Look Inside.

If I Never Did It, I Was Only Waiting
For A Better Moment That Didn’t Come.
There Never Could Be A Better Moment
Than This One, This One.

The Swan Is Gliding Above The Ocean,
A God Is Riding Upon His Back,
How Calm The Water And Bright The Rainbow
Fade This One To Black.

Did I Ever Touch You On The Cheek
Say That You Were Mine, Thank You For The Smile,
Did I Ever Knock Upon Your Door
And Try To Get Inside?

If I Never Did It, I Was Only Waiting
For A Better Moment That Didn’t Come.
There Never Could Be A Better Moment
Than This One, This One.

The Rooftop Concert

Il concerto sul tetto (Rooftop Concert) dei Beatles è stata la performance pubblica finale del gruppo rock inglese dei Beatles.

Il 30 gennaio 1969 la band, con il tastierista Billy Preston, ha improvvisato un concerto sul letto del quartier generale della Apple, a Savile Row.

Il gruppo riuscì ad eseguire nove pezzi prima che la Polizia li costringesse a fermarsi.

Il filmato dalla performance è stata poi utilizzato nel film documentariodel 1970, Let It Be.

Qui un estratto del concerto, che è abbastanza difficile da rintracciare per esteso:

Nel 2010 invece è ritrovabile per intero il concerto tributo realizzato in loro onore: