Expanded Eye, far di se stessi un’opera d’arte

Il periodo di massimo splendore del cubismo era nei primi anni del ventesimo secolo, lo abbiamo letto tutti fra i banchi di scuola…

Sto forse cercando di propinarvi una noiosa visita al museo?

In barba ad ogni luogo comune sull’arte del passato, ci sono due persone che ancora oggi tengono vivi quegli ideali e li fanno rivivere usando la pelle come tela.

Avete capito bene, parliamo di tatuaggi cubisti!

Sempre più persone hanno un disegno sulla propria pelle (per non dire due, o tre), Jade Tomlinson e Kev James hanno dato vita al progetto Expanded Eye, e da Lisbona creano delle vere e proprie opere d’arte personalizzate.

Per farlo, pongono l’attenzione sulla storia di ognuno. Ed è così che i tatuaggi diventano unici ed intimi, disegnati su misura.

Passioni, scelte di vita, affetti… si dice che si porti tutto sulla nostra pelle, così questa frase assume un senso in più.

juliane_low_res600_2048Juliane Low – la lontananza da casa, una località di mare, e dalla famiglia

Se ci pensate, il tatuaggio nasce nelle culture proprio come un segno passaggio, un testimone della propria crescita personale o un modo di evidenziare una determinata caratteristica (forza, coraggio, senso della famiglia). I marinai si tatuavano ricordi di casa, o dei loro viaggi, e li consideravano dei porta fortuna.

A me piacciono davvero tanto, sarei curiosa di vedere cosa viene fuori dalle loro menti, il disegno che mi rappresenta… un modo curioso di specchiarsi in sé, no?

I due inglesi, nati come illustratori, oltre ad essersi reinventati come tatuatori vestono i panni di artisti a tutto tondo e dal sito propongono un giro fra i loro dipinti, le installazioni ed i lavori su ceramica.

Dalla sezione blog inoltre potrete restare sempre informati sui loro spostamenti e non perdervi nessuna grandiosa novità.

➡️ Voglio saperne di più!

Thomas Yang: l’artista che dipinge con i copertoni della bici

L’invenzione della ruota rappresenta una delle tappe più importanti per l’umanità, la facciamo risalire al 3.500 a.C. ad opera dei Sumeri. Da quel momento, niente è stato più come prima: finalmente si potevano trasportare comodamente cose ingombranti o pesanti, che le sole braccia o la schiena di un mulo non erano in grado di portare. Fu usata inoltre per produrre vasellame, altra innovazione che ribaltò completamente la visione delle cose. Non mollichine di pane, ecco.

 

Una ruota, due ruote, quattro… sul tema abbiamo arredato il tunnel, dando sfogo a tutto il nostro estro, dando alla luce capolavori e grandi fallimenti.

 

 

Le due ruote green per eccellenza, quelle della bici, portate come vessillo della decrescita felice e dell’ecologia, dal 1998 coincidono anche con un nome: Thomas Yang.

 

Cosa?

Chi è Thomas Yang?

 

Un artista cinese che ha voluto la bicicletta, sì, ma non per pedalare, bensì… per realizzare i suoi disegni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


“L’idea è nata mentre giravo in bici, pensando ad un modo per dipingere. Usare i copertoni è stata la prima cosa che mi è venuta in mente. Così ho iniziato ad esplorare le caratteristiche di ogni modello di pneumatico e mi sono reso conto che avrei potuto dipingere delle strutture edilizie”

, spiega Yang.

 

Usati strategicamente come fossero pennelli, i pneumatici lasciano segni che diventano strutture complesse come la torre Eiffel o l’Empire State Building.

 

 

 

Potete conoscere meglio Thomas cliccando qui o direttamente sul sito dove vende le sue opere: 100copies – Bicycle Art.

 

Come dicevo prima comunque, ‘rinasce’ come artista nel 1998 vincendo il premio di ‘Best New Art Director’ al ‘Singapore Creative Circle Awards’, dopodiché continua a distinguersi, ottenendo oltre quattrocenti premi assegnati dalle più importanti realtà nazionali ed internazionali come D&AD, The One Show, Cannes, Clio, AdFest and The Spikes.

Nel 2011 vince come il premio ‘Creative Director of the Year’ durante l’Hall of Fame’ e subito dopo entra nella top 10 dei direttori creativi di Cannes.

Una fila sconfinata di successi ed idee fuori dalle righe che si susseguono anno dopo anno, fino agli ultimi ‘Gran Prix’ agli ‘Asian Creative Awards’ giapponesi ed il premio di eccellenza in ‘Communication Arts for illustration’.

Nemmeno qui mollichine di pane, ecco!

 

Addio a James Rosenquist, ci lascia il padre della Pop Art

Insieme a Andy Warhol e Roy Lichtenstein aveva contribuito alla nascita di un fenomeno epocale: la Pop Art americana. Un movimento che avrebbe cambiato le sorti del sistema e del mercato dell’arte, seguendo e testimoniando le evoluzioni della società occidentale.

Ci lascia a 83 anni James Rosenquist, a seguito di una lunga malattia.

Fra le sue tele più importanti ricordiamo l’imponente F-111, conservato al MOMA di New York, per un totale di 23 pannelli dipinti a olio ed una superficie di circa 3 metri per 26.
Si tratta di una sorta di mega collage in pittura, in cui tutto galleggia sullo stesso piano, in finestre uguali e giustapposte. Dissacrante e celebrativo al contempo, quest’opera sempre attuale fonde l’orrore della guerra e il volto patinato della società dello spettacolo.

Rosenquist era nato il 29 novembre del 1933 a Grand Forks, in Dakota, e si era trasferito a New York verso la metà degli Anni Cinquanta, cominciando a frequentare i maestri dell’Espressionismo Astratto, e personaggi quali Ellsworth Kelly, Agnes Martin, Robert Rauschenberg, Jasper Johns.

Su tutti, i suoi compagni di vita sarebbero stati Andy Warhol e Roy Lichtenstein. Insieme i tre avrebbero dato vita a quello che probabilmente può essere considerato il movimento di maggior impatto, un segno indelebile nell’immaginario collettivo ancora oggi attuale.

Nelle sue opere, un complesso incontro di tecniche policrome, variegate e vibranti, espresse spesso su supporti di grandi dimensioni, Rosenquist riporta immagini e oggetti presi in prestito dalla cultura popolare, dalla vita quotidiana e dai mass media. Trae spunto da libri di fumetti, da una dimensione quasi giocosa, ma affronta anche temi socio-politici in tutta la loro drammaticità.

La sua arte muta e si evolve negli anni, acquistando maturità all’interno di una importante ricerca artistica. La strada seguita? Si intravede perfettamente in questo passo, tratto dal suo libro di memorie e riflessioni sull’arte “Painting Below Zero: Notes on a Life in Art” (2009):

Ho spinto il mio intrinseco interesse per l’astrazione, dentro immagini prive di un bagaglio di immagini, e ho spinto il colore e la forma intorno per creare la superficie più eccitante che potessi immaginare, provando a tirare fuori la luce da un pezzo di carta. Un pezzo di carta è bianco e vuoto, ma se tu ci metti ogni molteplicità di colori nelle giuste combinazioni, la luce si irradierà da esso. Come luce che trabocca da una tazza.

Ci lascia un grande maestro.

 

 

 

 

Ai Wei Wei… vai libero!

Uscita, ho riflettuto.
È stato istantanea ed immediata l’epifania che questa mostra fosse perfettamente riuscita.
Le opere erano interessanti, alcune più anonime ed altre invece ben congegnate, ma appare subito chiarissimo – almeno a me – che al di là del gradimento artistico se una mostra ti fa così arrabbiare, in te ha smosso qualcosa.
Chiaro, semplice.

– POV 1 –

Thomas Leveritt ci mostra come ci vede il sole

Thomas Leveritt è un fotografo anglo-americano. Con una telecamera a raggi uv ha chiesto a delle persone che passavano in strada di sottoporsi a una ‘fotografia’ un po’ particolare, per dimostrare gli effetti dei raggi solari sulla pelle, anche se in apparenza non si nota nulla e non ci sono segni visibili. Il progetto, dal nome ‘Come ti vede il sole‘, ha ottenuto in effetti risultati inaspettati.

Ecco il video dell’esperimento:

E’ come vedersi l’anima, come vedersi tra 10 o 20 anni.

ha dichiarato il fotografo.

Anche su una pelle a prima vista candida e perfetta, i raggi ultravioletti della fotocamera mostrano quello che la luce solare ha causato sulla pelle.

La telecamere mostra senza pietà macchie di ogni tipo, a partire dalle lentiggini, ma anche le classiche macchie solari o pigmentazioni irregolari segno di un invecchiamento precoce della pelle.

Evidente  il disagio delle ragazze messe davanti a questa ‘cruda realtà’, quando probabilmente si aspettavano un innoquo esperimento o uno scherzo. Confesso che forse anche io sarei incredula vedendo la mia pelle così, e probabilmente mi metterebbe anche un pò l’ansia!

 

 

 

I colori Pantone 2016

“I colori, come i lineamenti, seguono i cambiamenti delle emozioni”

Pablo Picasso

Era il 21 maggio 1963 quando Lawrence Herbert distribuì la prima edizione del Pantone Matching System.

Di che si tratta? Di uno strumento indispensabile per professionisti della grafica, la perfetta corrispondenza tra il colore visualizzato a monitor e quello stampato.

Lawrence aveva iniziato lavorando part-time per l’azienda del New Jersey, che si occupava solo di stampa nel 1956 e, usando le sue conoscenze universitarie di chimica, ne rivoluzionò i suoi sistemi. Pochi anni dopo, nel il 1962, Herbert acquistava la compagnia per trasformarla nella Pantone che oggi conosciamo.

Dal 2000 ogni dicembre l’azienda annuncia il colore dell’anno successivo. La scelta è frutto del lavoro di un team di professionisti che per mesi studiano l’arte, il cinema, la musica, la moda ed ogni aspetto sociale, economico e culturale per arrivare alla definizione del colore perfetto.

Per anni il ‘vincente’ era stato un singolo colore molto acceso, unico e definito. Ma questo 2016 sarà speciale.

Quest’anno la scelta è stata Rose Quartz

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e Serenity (azzurro).

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In questo caso la componente psicologica ha la sua fondamentale importanza: per i tipi di Pantone oggi le persone hanno soprattutto bisogno di sentirsi rassicurate, e queste due colorazioni hanno un equilibrio intrinseco “un abbraccio di un rosa tiepido con la tranquillità dell’azzurro, che portano un senso di benessere, di ordine e di pace”.

Il Pantone 15-3919 Serenity ha il potere di rilassare con il suo effetto calmante, portando un senso di sollievo e in una dimensione eterea, mentre il Pantone 13-1520 Rosa Quarzo, una tonalità dolce ma persuasiva che trasmette un senso di compostezza, come un tramonto sereno o un fiore che nasce” racconta Leatrice Eiseman, Executive Director del Pantone® Color Institute

 

Addio Talus Taylor

Il 19 febbraio scorso, è morto a Parigi il co-inventore e disegnatore, insieme alla moglie Annette Tison, della serie a fumetti ‘i Barbapapà’.

Di Talus Taylor si sa poco: nato a San Francisco era docente di matematica e biologia.

‘Leggenda’ vuole che quando Annette e Talus fecero vedere i primi disegni alla nipotina, lei iniziò a interpretarli a modo suo. Ed è allora che Barbapapà divenne capace di cambiare aspetto.

Il secondo passo fu il nome, frutto di un’incomprensione linguistica. Storpiatura dello stesso Taylor di «barbe a’ papa», zucchero filato in francese. Perfetto perché pieno di «p» e «b», che assieme alla «m» sono le consonanti che i bambini di tutto il mondo pronunciano per prime.

La famiglia è composta da Barbapapà e Barbamamma era da sette barbabebé: Barbabella (viola), Barbaforte (rosso), Barbalalla (verde), Barbabarba (nero come la madre e peloso), Barbottina (arancione), Barbazoo (giallo), Barbabravo (blu).

AF. FAIRIES OFFSET PLACEMAT

I dieci volumetti delle storie di Barbapapà hanno venduto milioni di copie in tutto il mondo e sono stati tradotti in oltre trenta lingue. La serie animata anche ha avuto un successo mondiale: venne realizzata anche in Giappone nel 1974 per un totale di 45 episodi di cinque minuti ognuno. In Italia la serie venne trasmessa da RaiDue, a partire dal 13 gennaio 1976, la sigla era cantata da Roberto Vecchioni.

Venne realizzato anche un lungometraggio animato: ‘Le avventure di Barbapapà’, del 1973, che raccoglie e riassume il contenuto dei primi quattro albi a fumetti pubblicati sino ad allora. Per quanto indirizzate ad un pubblico infantile, le vicende affrontano temi complessi come quelli della diversità e dell’ecologia.

Barbapapà nasce spuntando dal sottosuolo del giardino di una normale casa di provincia. L’arrivo di questo essere alto quanto la loro casa spaventa non poco gli adulti che vi risiedono. Tutt’altra reazione hanno invece i due bambini che vi abitano, Francesco e Carlotta (in originale François e Claudine), che diventeranno i primi amici di Barbapapà. Dal canto suo il curioso essere sarà per loro uno speciale compagno di giochi: caratteristica principale di Barbapapà è infatti quella di modellare a suo piacimento il proprio corpo, assumendo la forma della cosa o dell’animale più indicato per risolvere una situazione. La trasformazione è sempre accompagnata dalla frase che diventerà il vero e proprio tormentone della serie: “Resta di stucco, è un barbatrucco”!

Barbapapà all’inizio è un emarginato, vittima della diffidenza della società degli adulti, che spesso lo allontanano intimoriti dal suo aspetto inedito e dalle sue dimensioni colossali, anche se nel corso del tempo, la sua versatile peculiarità che gli permette le trasformazioni più disparate, si rivelerà essere preziosa per sbrogliare problemi, salvare vite umane, riacciuffare gli animali fuggiti da uno zoo e tanto altro ancora.

Guadagnatasi la fiducia del mondo in cui vive, il secondo grave problema che gli si prospetta è quello della solitudine: egli infatti è l’unico essere della sua specie che si conosca. Con l’aiuto degli inseparabili amici Francesco e Carlotta, Barbapapà parte per uno stralunato e poetico viaggio alla ricerca di una “Barbamamma”. Incastrato dentro una piccola roulotte trainata dalla bicicletta dei due amici, Barbapapà tocca i principali paesi del mondo. La ricerca si conclude felicemente proprio nella casa dei due bambini: dallo stesso giardino da cui un giorno è misteriosamente spuntato lui, nasce infatti anche la Barbamamma (in francese “Barbamama”), dalle forme più aggraziate, più “femminili”, di colore nero alla quale Barbapapà dona subito un mazzetto di fiori rossi i quali comporranno la vezzosa coroncina che la Barbamamma porta sul capo.

Javier Perez, l’arte in tutto

Conoscete già Javier Perez?

No? Forse l’avete sentito come Cintascotch.

Nato su Instagram, con le sue idee geniali che prende spunto dal quotidiano e dal particolare per raccontare vere e proprie storie in un immagine.

Perez, seguito da 130.000 persone, sostiene quanto sia importante dare spazio all’arte ogni giorno a prescindere dalle nostre capacità.

Che dire, io l’ho adorato a primo sguardo!

Il selfie: quando l’autoscatto diventa mainstream

Avete presente quel momento di ogni serata, pomeriggio, colazione… in cui qualcuno grida ‘Selfieeeeee’, ed i vostri amici si trasformano in esseri senza pudore che sgomitano davanti alla telecamera di un cellulare?

Se non ce l’avete presente, tenetevi stretti i vostri amici ed i vostri fidanzati. E fuggite lontano.

A me purtroppo è capitato, e più di una volta. E la cosa peggiore è che la malattia è contagiosa. Inizi con un selfie con gli amici e senza nemmeno accorgertene finisci a scattarti una foto da solo in un momento di noia… il passo è brevissimo e la strada è insidiosa!!

Persino la Treccani ormai ne ha coniato una definizione.

Cattura

Bisogna preoccuparsi? Ma io non direi, facciamoci su una risata. I selfie passeranno, come tutte le altre mode spiacevoli che si sono susseguite negli anni… oppure no?

Pare che proprio così non la pensino gli “anti-selfie”, e a tal fine è nato negli States proprio un movimento, che ha dato vita a questo corto

il cui scopo è proprio quello di bloccare questo scempio: “Basta farsi fotografie a caso! Basta, è l’ora di finirla!”

Mi chiedo quasi… ora non stiamo esagerando nell’altro senso? Ha così tanta importanza se le persone si fanno fotografie in ogni occasione? Non saranno allegramente fatti loro?

Voi se sentite il terribile grido d’incitamento e ne siete allergici, fate così: raggiungete più velocemente l’uscita più vicina, o il bagno in casi di seria emergenza. Ma insomma, l’importante è non farsene una malattia, dopo tutto ormai è appurato che una fotografia non ruba l’anima, rovina al massimo la reputazione.

Ed ogni caso, tutto si risolve con la magia. Basta usare la formula: “No, grazie”.