Le mitiche auto Ermini in mostra a Firenze

E ancora una volta una mostra si lega a Leonardo a doppio filo e ci mostra come la sua testa corresse in avanti di migliaia di anni rispetto ai suoi contemporanei… questa volta ritroviamo la sua mente applicata alle macchine.

Così la mostra ‘Firenze da competizione -Ermini Racing Cars’, allestita da Camet-Club Auto Moto d’Epoca Toscano ci inizia alla sua mostra di auto d’epoca Ermini presentandoci il primo motore a scoppio brevettato dai toscani Barsanti e Matteucci nel 1854 e progettato dallo stesso Leonardo nel 1478.

In mostra auto da corsa che hanno lasciato il segno con grandi piloti e scritto la storia della mitica Mille Miglia.

Piloti che si mettevano in gioco su automobili dove il rischio era altissimo, quando l’adrenalina la faceva da padrona e le certezze di arrivare al traguardo illesi erano molto più basse di oggi. Piloti come Emilio Materassi, il primo a chiamare il suo team di piloti col termine ‘Scuderia’ (1927); il Conte Giulio Masetti da Bagnano, vincitore di due Targa Florio (1921-1022) e chiamato il “Leone delle Madonie”; Clemente Biondetti, il più grande corridore su strada con 4 Mille Miglia vinte o Carlo Pintacuda, nato a Fiesole e detto “l’Ungherese”, vincitore di 2 Mille Miglia (1935-1937).

Volete vederla? La trovate a ingresso libero a Palazzo Medici Riccardi, fino al 26 settembre!

@ Galleria delle Carrozze, Palazzo Medici Riccardi ingresso libero
dal 2 al 26 Settembre
orario continuato 10–18.30

We still have a dream, Martin

I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin, but by the content of their character.

#MartinLutherKing

Queste le parole pronunciate da Martin Luther King durante il discorso 28 agosto 1963.

E oggi, ad ormai più di cinquant’anni di distanza, mi guardo intorno e vedo pelli di tutti i colori, sì, ma non una migliore disposizione ad accettare ciò che c’è sotto.

Buoni propositi per i prossimi cinquanta: migliorare la visione.

Un po’st scrauso

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agg. (fam.) Brutto, di aspetto sgradevole; di qualità scarsa, scadente, fuori moda.

Neologismi, 2019

«”Scrauso” significa propriamente “di scarso valore” ed è attestato per la prima volta nel 1527 nella confessione autografa di una strega del contado romano, Bellezze Ursini da Collevecchio. Solo da pochi anni questo termine è riemerso nell’uso dei “coatti” della periferia romana.»

Nel 1992 l’Accademia degli Scrausi, un gruppo di giovani linguisti della Sapienza Università di Roma, ricostruiva così la storia del termine “scrauso”, antica voce d’area romanesca. Proprio in quegli anni la parola aveva ripreso a circolare nel linguaggio giovanile a Roma, e negli anni successivi il suo uso (in contesti colloquiali e familiari) si è esteso anche fuori della Capitale.

Grazie alle perle quotidiane di @treccanigram e a mia madre, che ha sempre usato l’italiano tutto, facendo sì che oggi guardando una cosa scadente io la riconosca come ‘scrausa’.

Comprendere meglio la serenità

Serenità.

Primario bisogno nella vita di tutti noi.

 

Tutti noi abbiamo il serio bisogno e sacrosanto diritto di stare bene.
Di staccare la spina e riposare.

Di ridere di gusto.

Amare a dismisura.

Godere della luce, del profumo che arriva dalla cucina, del rumore del mare o di uno di quegli abbracci che ti entra dentro.

 

Per fortuna, la vita è tutta una scoperta, e per chi ha occhi per vedere basta guardare poco più in la.

 

Oggi mi sono fatta un regalo e sono stata al Silathai, un centro massaggi di Firenze. Ho lasciato fuori tutte le ansie, le paure, tutto quello che mi comprimeva, mi opprimeva e mi ottenebrava. Purtroppo ne ero intrisa, è un periodo un po’ così. Ho lasciato andare la mente e mi sono ricongiunta a me, in questo corpicino di luce che mi ritrovo. Mi sono lasciata guidare verso un pomeriggio migliore e quando sono uscita, grata ed in pace, sono andata a prendermi un gelato per guardare la luce che si riflettava sul fiume.

La cosa più bella è che la mia mente era pervasa dalla sensazione che non mi mancasse niente, connessa fin nel profondo a tutto quello che più amo e libera.

Bisogna saper riconoscere quando fare un giro su se stessi, la terra dopotutto lo fa ogni giorno.

 

 

Se oggi seren non è,
domani seren sarà,
se non sarà seren
si rasserenerà.

Copenhagen: cosa resta?

Se la statua della Sirenetta ai miei occhi è un altro dei simboli proposti e riproposti, venduti e rivenduti, ormai quasi privi di un effettivo fascino, piccola e abbandonata su un tratto di costa che la espone ai venti ed al flusso continuativo di turisti via mare e via terra, i giardini di Tivoli conservano il loro incanto senza tempo ed il porto di Nyhavn resterà per sempre nel vostro cuore.

Il mio è un cuore grande che ha accolto non solo il porto antico, dove avrete l’impressione di camminare in una variopinta cartolina dalla bellezza mozzafiato ed i giardini di Tivoli che accolgono ancora oggi lo storico parco dei divertimenti in legno, ma anche la torre rotonda Rundetårn che giro giro vi mostrerà tutta la città fino a stenderla a 360° ai vostri piedi. Notevole anche la candida ed imponente Marmorkirken, e da vedere il Rosenborg, un vero e proprio castello con mura e giardini che respira nel centro cittadino e si mostra in tutto il suo splendore anche in giornate terribili, come quella in cui l’ho conosciuto io!

 

Estrosa e particolare, se avete tempo consiglio un salto alla Città Libera di Christiania, un esperimento sociale unico al mondo. Fondata nel 1971 da un gruppo di hippie, è un quartiere parzialmente autogovernato che ha conseguito uno status semi-legale come comunità indipendente che vive secondo i principi del rispetto e del libero arbitrio, propri dell’anarchia pacifista.

A maggior ragione, mi sento di sottolineare: rispettate Christiania. Non fate foto, non prendetevi libertà, siate discreti.

 

Dolcis in fundo: IL CASTELLO DI AMLETO! Sì, lo so, non dovrei fare così ma proprio non riesco a frenare l’entusiasmo.

 

Sono cresciuta con l’Amleto, al punto che fosse fuori questione non prendere un treno e perdere del tempo per attraversare la Danimarca (che per mia fortuna non è così lunga da tagliare per intero!) ed andare a vedere la fortezza dove Shakespeare ha ambientato la tragedia.

 

Per mia fortuna, l’imponenza di Kronborg ha fatto sì che perdere mezza giornata di un fine settimana per raggiungerlo ne valesse la pena.

 

Da dirlo: faceva – freddissimo.

Un freddo così freddo che ti riverbera nel cervello direttamente portato dal vento che soffia costante, ed esci sulle vette delle torri per guardare fuori solo perché ormai hai fatto tutti quei chilometri da casa tua… che, che fai, non esci a dare un’occhiata? A casa mia si dice ‘freddo becco’.

 

Una volta sul posto ho appreso che ogni estate nel cortile del castello si svolge un festiva shakespeariano. Ecco, una visita primaverile in Danimarca, se non proprio estiva, è un altro dei caldi consigli che mi sento di darvi.

 

Costruito nel 1420, impenetrabile e fortificato, uno sguardo al mare ed uno alla terra ma con evidente piglio difensivo e per niente friendly, vi accoglie con interni perfettamente conservati ed arredi dell’epoca e vari percorsi. Anche nei sotterranei, quasi al buio… un momento di brivido, un percorso da fare in gruppo.

 

Arrivarci con il treno è uno scherzo, il trasporto ferroviario danese è semplice e piuttosto intuitivo e dalla stazione potrete optare per il trenino alias servizio navetta fino al castello o fare quei quattro passi di numero per raggiungerlo a piedi. Nessun bisogno di indicazioni: affidatevi alla vostra vista. La cittadina quasi non esiste, impossibile non capire la direzione, ma se doveste riuscire nella mirabolante impresa di perdervi, vi prego: scrivetemi, voglio sapere tutto!

 

Quanto a cosa mi è rimasto… come spesso accade nei viaggi, ti accorgi dell’eco che un luogo fa in te solo dopo essere tornato a casa, e a volte nemmeno subito.

 

Prima di partire per la Danimarca non provavo un’emozione speciale, non ho mai ‘covato’ questa meta. Mentre ero li, ero indubbiamente curiosa e ciò che vedevo mi piaceva, mi meravigliava, però… però solo adesso forse, ad un anno di distanza, ho capito davvero ciò che mi ha lasciato dentro questo posto che nei secoli ha conservato uno spirito fiero e forte. Questo si sente, si sente lo spirito acceso dei suoi centri e dei suoi abitanti, le idee che brulicano, il forte istinto di andare avanti.

 

Ho l’impressione che l’istinto di sopravvivenza di anni più duri si sia tramandato in quello spirito di creazione ed evoluzione che porta oggi tutta la penisola scandinava a superarsi e a svettare per l’altissima qualità di vita e le innovazioni. Questo si sente. Si sente la vita di questo paese, sotto al freddo e sotto alla fredda pulizia di ogni cosa.

Alla Danimarca devo dire grazie della deframmentazione, forse non sarà il paese che mi attrae magneticamente e dove ogni anno avrò la tendenza di tornare, ma sicuramente rimarrà un marker indelebile in me.