Madama Butterfly. Tutti pronti a star male?

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E parliamo ancora di opera!

Ancora una volta un’opera lirica, ancora una volta una prima all’Opera di Firenze, ci andiamo insieme.

Non so voi, ma trovo la Madama Butterfly un pò ostica, complice il ricordo che ho di quando da bambina me ne parlarono la prima volta. La trovo una vicenda così triste, così struggente… il finale poi mi distrugge più di qualunque altro.

Ma inquadriamo un secondo la vicenda. Il principale protagonista di questa vicenda è il Giappone, e già il mio cuore è in allerta.

Il Giappone, con le sue geishe, le sue usanze, il profondo senso dell’onore e della pulizia, la poesia.

Avete mai letto Memorie di una Geisha? Se conoscete l’una e l’altra, saprete che le due storie sono una l’antitesi dell’altra. Se nel finale del libro di Arthur Golden troviamo l’amore riamato ed una nuova vita negli Stati Uniti, nell’opera di Puccini troviamo morte, disperazione e abbandono.

La storia della nostra Madama Butterfly inizia con l’ufficiale Pinkerton che sbarca a Nagasaki e si unisce in matrimonio con una geisha quindicenne di nome ciò ciò cio. Segue ritorno in patria, con abbandono la giovane sposa. Ma questa, forte di un amore ardente e tenace, pur struggendosi nella lunga attesa accanto al bimbo nato da quelle nozze, continua a ripetere a tutti la sua incrollabile fiducia nel ritorno dell’amato.

Pinkerton infatti ritorna dopo tre anni, ma non da solo: accompagnato da una donna, da lui sposata regolarmente negli Stati Uniti. E’ venuto a prendersi il bambino, per portarlo con sé in patria ed educarlo secondo gli usi occidentali.

Soltanto di fronte all’evidenza dei fatti Butterfly comprende: la sua grande illusione, la felicità sognata accanto all’uomo amato, è svanita del tutto. Decide quindi di scomparire dalla scena del mondo, in silenzio, senza clamore; dopo aver abbracciato disperatamente il figlio, si uccide (secondo l’usanza giapponese denominata jigai) con un coltello tantō pervenutole in eredità dal padre e con il quale lo stesso aveva commesso seppuku.

Avete ancora lacrime da versare?

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La melodie, va da sé, sono piene di sentimento e l’intensità cresce al pari della disillusione.

La forza di quest’ora è secondo me la potenza reale ed intramontabile della verità: questa non è una favola, nella vita ci sono soprattutto situazioni come queste, c’è sempre una delusione dietro l’angolo, che ti può piegare le gambe e togliere ogni voglia di rialzarti. Come appunto succede a lei, che si lascia scivolare al pari di una Madame Bovary o di una Anna Karenina, sconfitta. 

Si parla di tre atti (in origine due) di Giacomo Puccini, su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, definita nello spartito e nel libretto “tragedia giapponese” e dedicata alla regina d’Italia Elena di Montenegro.

La prima rappresentazione ebbe luogo al Teatro alla Scala di Milano, il 17 febbraio 1904, della stagione di Carnevale e Quaresima. Tanto per stare allegri, ‘ricordati che devi morire’.

Sabato la troviamo messa in scena dalla regia di Fabio Ceresa, che per l’appunto alla Scala si fa le ossa.

Curiosi? Io curiosa, e pronta a piangere!

Il libretto